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Chioggia è resa famosa dal grande Carlo Goldoni con la sua opera teatrale LE BARUFFE CHIOZZOTTE rappresentata in tutto il mondo grazie alla compagnia teatrale Teatro Novo.

 

LA PIPA Chioggiotta

La prima testimonianza certa dell’esistenza delle pipe in terracotta a Chioggia è datata da un reperto che porta l’iscrizione di una data 1655. Ma senz’altro qualche decennio prima a Chioggia l’attività era già viva. Costruita con l’argilla del fiume Po, la pipa fino alla metà del 600 era un oggetto molto semplice, in terra rossa. La lavorazione è accuratissima. Le pipe diventano piccole sculture.

Particolarmente importante è che la pipa chioggiotta con il suo potere assorbente dà un fumo depurato da catrame e nicotina. Fumare una pipa in terracotta è fumare soltanto tabacco. La pipa buona, alla prima fumata, non necessita di alcun rodaggio e forma poca crosta, perché essa stessa ha la funzione di una vera e propria crosta dato che il materiale è cotto a temperatura talmente alta da non contenere alcuna traccia di materia organica e combustibile che possa alterare il sapore del fumo, come succede per la pipa di legno. La pipa chioggiotta in poco tempo ha fatto il giro del mondo: negli U.S.A. per i raffinati è un segno di distinzione; in Europa, svizzeri, tedeschi, ed inglesi e recentemente anche gli spagnoli hanno cominciato a mostrare interesse crescente. La pipa chioggiotta sta ritornando, lentamente, in possesso della fama che ebbe per tre secoli, ai tempi della Serenissima Repubblica Veneziana.

GLI EX VOTO E LE TOLELE

Tutte raccontano con un linguaggio schietto, spontaneo, chiaramente naif  i miracoli di cui la povera gente che le ha donate si sentiva beatificata.

Trattandosi di una città di pescatori prevalgono, chiaramente, le scene di pesca: vi sono bragozzi salvati miracolosamente nel mare in tempesta; i pescatori rimasti illesi nello scoppio di una mina pescata con le reti; i naufraghi conclusisi senza vittime; ma non mancano le prodigiose guarigioni da malattie ritenute infauste, il bambino precipitato dalla finestra e rimasto illeso, la donna finita sotto le ruote di una carrozza. Si tratta di una tradizione secolare che ha creato un patrimonio, oggi, andato in gran parte perduto in tutto, infatti, sono ancora visibili 104 tavolette, 37 a San Domenico, 51 a San Giacomo e 16 in cattedrale. Riportano scene di “grazie ricevute” e raccontano una storia quotidiana di fatiche, di lavoro, di rischio. Il loro valore costituisce non solo testimonianza di vita religiosa, ma anche documento storico sulle reali condizioni di vita di vari strati sociali soprattutto del secolo scorso.

I CAPITELLI

Presenti in numero consistente praticamente in ogni calle, sono frutto di un altro aspetto della religiosità e dell’arte popolare. Collocati nelle più oscure zone avevano anche la funzione di sopperire alla mancanza di pubblica illuminazione. Diventavano il punto di aggregazione della comunità della calle. I più interessanti ed antichi si trovano nell’angolo di Calle Fornetti, in Calle Vianelli, in calle Ravagnan.

LA PITTURA

Le calli, i canali, il Corso del Popolo, la pescheria, i bragozzi, il Refugium Peccatorum, i ponti, i monumenti ed in particolare le attività lavorative sono sempre stati scenari ideali e fonti d’ispirazione per pittori locali, nazionali ed internazionali.

Tra i primi Rosalba Carriera, la più famosa e celebrata ritrattista della prima metà del 1700, nata per pura combinazione a Venezia, ma di famiglia e a tutti gli effetti chioggiotta; e Aristide Naccari, che ha illustrato, studiato e ricostruito i monumenti più tipici e caratteristici della città, ricevendo ambiti riconoscimenti nazionali. Ma la storia ci ricorda molti celebri e rinomati artisti stranieri e italiani che trovarono ispirazione nei nostri luoghi e tra la gente: nel secolo scorso Leopoldo Robert, Emanuele Stökler, celebre acquerellista, Ludovico Passini, Luigi Schön, Van Haanen, F. Ruben, Taylor, Guglielmo Ciardi, i fratelli Cecchini, Silvio Rota, Guglielmo Stella, Raffaele Mainella, Luigi Nono, Carloforti, Rosa Steffani, Fragiacomo, Maria Malmignati, Mosè Bianchi, Filippo Cercanon Bezzi, Bazzoli, Enrico Serra, Dall’Oca Bianca, Ettore Tito, Leonardo Bazzaro, E. Bosa, Pio Semeghini. Numerosi erano i giovani pittori, come ci racconta Carlo Bullo nel 1881, provenienti dalla Germania, Francia, Olanda, Inghilterra e perfino della lontana America, che per lunghi mesi trovarono motivi inesauribili di studio ed ispirazione per la loro opera.  Quadri di Chioggia si trovano in ogni parte del mondo e furono esposti nelle mostre internazionali di Vienna, di Parigi, di Venezia e conservati collezioni private e pubbliche.

IL PENELO

Il penèlo era un mostravento, espressione della più genuina arte tradizionale, che veniva costruito dagli stessi pescatori, i quali con le punte dei coltelli ben affilati o con punteruoli intagliavano il legno, lavorandolo nelle ore di riposo. Vi erano rappresentati i Santi Patroni della città, circondati da spade, bandiere, foglie di palma ecc.  gli strumenti della Passione di Gesù: la croce, la scala, la lancia, il gallo sulla colonna, la pertica con la spugna ecc. Nel caso che qualche grave lutto colpisse la famiglia del pescatore, il penèlo veniva trasformato: si toglievano i sonagli, le bandiere e le bandierine vistosamente colorate, le quali erano sostituite con altre di colore nero e bianco. L’uso dei penèi era così radicato nei pescatori chioggiotti, da entrare nei modi di dire: “ti xe come un penèlo”, corrispondeva all’italiano “sei come una banderuola”.

 


Testi tratti da
CHIOGGIA ITINERARI STORICO-ARTISTICI
di Gianni Scarpa e Sergio Ravagnan
e su concessione dell’APT – Chioggia